Il mio primo giorno di scuola

Sono passati quasi trent'anni ma il mio primo giorno di scuola lo ricordo quasi come se fosse ieri.
Sono impressionanti gli scherzi che ci può fare la memoria, un nome, una frase, dei numeri che un secondo prima ci ricordavamo a menadito obliati nel buio, per non ritornare più. Eppure, basta chiudere gli occhi, respirare profondamente, meglio se in solitudine, e davanti a noi si snodano scene di giornate intere di chissà quanti anni fa, i colori balzano agli occhi, i profumi ritornano, i volti si fanno nitidi.
Del mio primo giorno di scuola elementare alle De Amicis ricordo la gomma da cancellare, la pizza e il mio nome.
Non so come mai ma mi persi il primo vero giorno di scuola, quello in cui tutti si conoscono per la prima volta e c’è l’emozione del presentarsi. Arrivai una settimana dopo che erano iniziate le lezioni, quando tutti ormai si conoscevano già tra di loro, per giunta in piena lezione, così che avevo lo sguardo di tutti puntato addosso a me. Non parlavo né comprendevo l’Italiano, me ne stavo per conto mio.
C’era questa bambina chiamata Irene che mi sembrava altissima, con i capelli crespi raccolti a coda di cavallo. Durante l’intervallo mi prese lo zaino e me lo spostò in fondo all’aula. Io sapevo che mi stava facendo un torto, che il suo tono di voce era canzonatorio, ma non potevo dire nulla, per cui piansi forte. La maestra di matematica la sgridò e le disse di restituirmi lo zaino. Dopo la pausa pranzo, nel mio astuccio non trovai più la gomma da cancellare della Staedtler, comprata il giorno prima da mia madre, sapevo che qualcuno me l’aveva rubato. Ad un certo punto mi alzai per temperare la matita sul cestino accanto alla lavagna, quando vidi dentro il cestino stesso la mia nuovissima e bianchissima gomma, lì gettata come se fosse immondizia. Piansi di nuovo, con la maestra lì accanto che non capiva, le indicai la gomma e lei comprese.
La pizza è il mio secondo ricordo legato al primo giorno di scuola: prima del suono della campanella di fine giornata, avevamo quindici minuti per fare merenda. Quel giorno distribuivano la pizza, un cibo che io non avevo mai assaggiato prima d’ora ma comprendevo chiaramente che doveva essere una leccornia. La bidella passò tra i banchi e mi porse la pizzetta, e io la rifiutai. Questo ricordo bene: rifiutai la pizza perché non avevo mai accettato oggetti, regali né tantomeno cibo da estranei, e poi sarei stata sgridata dalla mamma per aver portato la pizza. Ricordo che la maestra cercò di dirmi che la pizza era buona, che potevo prendere ma io ero irreprensibile, salda nei miei principi.
Terza cosa del mio primo giorno di scuola: scoprii il mio nome.
In casa mi chiamavano “A-fan” di cui A- è la particella familiare, tipo la “y” di Francy, “Fan” invece è la pronuncia in dialetto della seconda parte del mio nome Fen 芬. Non so come ma capii che la maestra stava chiedendo il mio nome e io non seppi come rispondere. Per la prima volta mi resi conto che c’era un altro mondo oltre a quello della casa, il mondo familiare, “cinese”, l’unico che la me bambina di sei anni aveva conosciuto.
A casa mi chiamavano A-fan ma era la lingua del dialetto, della casa, la me bambina credeva di non poterlo utilizzare in presenza degli italiani, sarebbe stato come introdurre una tigre selvatica in uno zoo di cerbiatti, mischiare il fuoco con l’acqua, due elementi inconciliabili tra di loro, due mondi paralleli che dovevano rimanere separati. Scoprii quindi dalla maestra che il mio nome completo era “Lingfen”, e lo scoprii da loro, perché a casa nessuno mi aveva mai chiamato in questo modo.
Alle elementari non andavo particolarmente bene con i voti, la prima e la seconda elementare le ho passate con un sofferente “sufficiente” in tutte le materie tranne matematica e disegno, le uniche materie per cui non serviva la conoscenza della lingua ma la logica e la manualità.
Fu durante una lezione di Italiano, in cui dovevamo leggere a turno un breve trafiletto di un racconto su degli scoiattoli. Il maestro Giacomo mi chiamò per leggere, io cercavo di osservare concentrata tutta quella sequenza di lettere, parole, frasi, ma l’unica cosa che comprendevo erano i disegni degli scoiattoli. Non fiatai. Il maestro chiamò un’altra mia compagna che lesse fluidamente, naturalmente, come se fosse nata sapendo leggere.
Per cui da quel momento in poi mi affidarono per alcune ore al giorno a una maestra di sostegno che mi potesse dare una mano nell’apprendimento della lingua. La mia si chiamava “Cesira”, una signora settantenne dai capelli rossi, pensionata, che ogni tanto mi regalava qualche caramella. È stata lei a regalarmi i bavaglini quando seppe che sarebbe nata la mia seconda sorella, Angela.
A darmi una mano a leggere, sicuramente c’era anche mia madre che aveva studiato il pinyin a scuola, nel nostro villaggio in Cina. Credo che sia stata lei a farmi ripetere per centinaia di volte le sillabe fino alla noia.
Imparai a leggere per davvero credo tra la fine della seconda e l’inizio della terza elementare, ma la cosa non mi aveva entusiasmato particolarmente: ciò che leggevo sui sussidiari di scuola erano frasi brevi, noiose, o nomi propri fini a sé stessi, racconti altrettanto noiosi e privi di senso. Le mie compagne di classe ogni tanto venivano in classe portando i bei libri ocra edizione Salani di Roald Dahl come “Matilde”, “La fabbrica di cioccolato”, Bianca Pitzorno con “Ascolta il mio cuore” etc etc. Ne parlavano animatamente e si scambiavano tra di loro i libri, ma io per quanto le ascoltassi attentamente mi sembrava che quel loro mondo mi sarebbe rimasto sempre precluso, inaccessibile. A casa nostra gli unici libri erano quelli scolastici. Poi venni a conoscenza che nel corridoio vicino al cortile della scuola c’era una mini biblioteca che consisteva in un armadio di legno chiuso con il lucchetto.
La selezione era assai ridotta, non vi era nessuno dei libri di cui parlavano le mie compagne, vi erano Manuali del corpo umano, Atlanti geografici, qualche Geronimo Stilton, pochi classici e alcuni libri della Disney. Per c’erano anche delle perle: “Pippi Calzelunghe” di Astrid Lingren che mi ispirava per il titolo- solo qualche tempo dopo vidi per la prima volta il cartone animato- e per lo spessore del libro, sembrava il più grosso di tutti i presenti, e mi piaceva leggerlo piano piano, due o tre pagine alla volta, così da far durare il più possibile la lettura, guardando attentamente anche le sue illustrazioni. Il secondo libro, invece, si trattava di “La Bella e la Bestia” edizione Disney, oggi non lo definirei libro ma semmai un album con illustrazioni e pochissimo testo, ma lo lessi comunque con piacere, non conoscendone la storia e non avendo mai visto il cartone animato.
Poi gli anni passarono, imparai bene l’Italiano con la I maiuscola, e piano piano iniziai a non sentirmi così tanto fuori posto, giocavo con i miei compagni di classe, correvo nel cortile, rispondevo alle domande. I bambini sono spugne, assorbono tutto ciò che li è intorno, e anche se sembra che non ci sia nessun effetto, in realtà le loro menti stanno lavorando eccome.
In classe avevo altri compagni, “stranieri” come me. C’era Diana, anche lei una bambina cinese, arrivata penso in seconda elementare ma non riuscivamo a comunicare perché lei non parlava il mio dialetto ed era anche più timida di me. C’era Kadijia, di origine marocchina, nata e cresciuta a Bologna, e ogni tanto veniva in classe con le mani e le braccia decorate con disegni floreali arancioni, che scoprii anni dopo essere hennè. C’era Stefan, bulgaro, dagli occhi verdi bellissimi. Poi c’era un bambino piccolo, kossovaro, di cui ho rimosso il nome, che viveva in un camper vicino alla stazione, con altri 5 o 6 fratelli. Lui però veniva a scuola raramente, il più delle volte era assente.
Con tutti loro parlavamo in Italiano, molti erano nati e cresciuti a Bologna, e magari non avevano mai visto il loro paese d’origine. Eravamo accomunati anche da un altro elemento : eravamo poveri ( ma questo lo penso io in retrospettiva ora da adulta, credo che la me di sette o otto anni non ci facesse tanto caso, ma lo vedevo dalla stazza delle merende che si portavano in classe alcuni compagni).
Ovviamente in classe c’erano anche bambini “italiani” con cui giocavo in cortile: Alessio, con i genitori siciliani, iper spiritoso; Alice, che faceva danza classica; Giulia dai capelli mori che pareva fosse la fidanzata di Alessio perché un giorno durante l’intervallo li avevano scoperti che si erano nascosti in un armadio a sbaciucchiarsi; Francesco e Francesca, che non erano fratelli ma si assomigliavano un sacco. Mi viene in mente questa scena: durante l’intervallo vedo loro due chini su un libro e menzionano Hitler, io, non avendo mai sentito questo nome, chiedo a loro chi fosse, e Francesco mi rispose che era una persona molto cattiva che aveva fatto cose molto brutte. Appresi poi alle medie tutta la storia, ma in quegli anni alle elementari non se ne parlava molto, per quanto mi ricordi.
Insomma, bambini dai cognomi “stranieri” e bambini dai cognomi “italiani” giocavano tra di loro, senza distinzioni di sorta. Certo, le differenze c’erano eccome –economiche e sociali, sarebbe stupido ignorarle- ma non per questo non si poteva stare insieme in un unico luogo comune.
La scuola è una società in miniatura, se il proprio figlio cresce solo tra i suoi simili si convincerà di una narrazione univoca, grigia e piatta e io sono fermamente convinta che la società di oggi sia multiforme, multi-identitaria, multietnica, a dispetto di ciò che ci raccontano, e fidatevi che lo sarà ancora di più in futuro, multiforme, multi-identitaria, multietnica. Ed è proprio questo il bello di questo mondo.
Ora, io naturalmente racconto la mia esperienza, che è una cosa personale e quindi non universale, ma in questi giorni in cui si parla così tanto di “stranieri”, di “remigrazione”, di “ Italiani veri”, non potevo rimanere in silenzio.
Perché ho la sensazione che potrebbero venire a prendere anche me.
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