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Ritorno verso casa





Ricordo il fiume, il grande e possente fiume dove nei pomeriggi d’estate ci recavamo per rinfrescarci immergendoci nelle sue acque tranquille, piene di piccoli pesciolini rossi che nuotavano spensierati, ignari delle reti tesi da me e dalle mie cugine. Che senso di soddisfazione riuscire a catturarne uno e rinchiuderlo in un vasetto di vetro, diventando così il nostro nuovo animaletto domestico, e mostrarlo fiere ai nonni.

C’è una foto, scattata quando avevo tre anni, che ritraeva me e le mie tre cugine, le figlie dello zio maggiore, il fratello di sua madre, in una tersa giornata d’estate nell’anno in cui ero partita: avevo un sacchetto pieno di dolciumi, sembra che avessi pianto, magari dopo l’ennesimo capriccio, accanto le tre Felicità, le sorelle Yu, sorridenti all’obiettivo e alla vita. E sullo sfondo questo fiume di montagna verde acqua di una bellezza straziante, forse il vero protagonista della foto perché, pur essendo cambiato profondamente in questi ultimi anni, è l’unico ad essere rimasto, saldo e ineguagliabile, mentre la terra si spopolava e i giovani migravano nel lontano Occidente con sogni di ricchezza e successo.

In quante foto di famiglia sarà stato presente questo caro fiume, foto d’addio alla propria terra, perché le uniche foto che le famiglie si concedevano di fare disturbando il fotografo del paese erano quelle scattate prima della partenza di qualcuno, perché scolpisca nella sua memoria le bellezze del suo paese natìo, perché non dimentichi i visi dei cari che cambieranno quando anni dopo decideranno, forse, di ritornare.

Ero cresciuta nella grande casa dei nonni materni, nel villaggio in mezzo alle montagne di Taichang, nei pressi del paesino Yuhu. Risaie lungo i fianchi dei monti, i verdi terrazzamenti color della giada, il fiume, gli onnipresenti smeraldi bambù da cui scivolavano lente gocce di rugiada, il vecchio contadino dal cappello a cono che torna dai campi con due ceste colme di patate dolci. Se si era stanchi, ma solo al ritorno, si poteva salire su una vecchia risciò parcheggiata all’uscita del paese che ti portava in villaggio in dieci minuti al costo di dieci yuan. Ma i nonni di rado lo prendevano per riuscire a risparmiare un poco.

I nonni li vedevo sempre come anziani ma in realtà erano giovanissimi. La nonna aveva all’incirca quarant’anni e il nonno vicino ai cinquanta, all’epoca in cui li avevo lasciati.

La loro vita era scandita dai ritmi della natura circostante, dalle stagioni che s’alternavano, dal cambio delle coltivazioni e la preparazione del riso.

Ricordo inebrianti immagini di verde, solo verde, verde le foglie della vegetazione intorno, verde il bambù, verde il mantello del nonno che scava sul suolo, gli stivaletti anti-pioggia, l’acqua riflessa nelle risaie in inverno, le montagne dello Zhejiang e la forza prorompente della natura che allora sembrava essere regina indiscussa, la stessa natura che ora è incatenata e violentata dall’ignoranza della gente, dalla modernità che porta ingannevoli agi e distrugge la bellezza.



Nel Dicembre 2012 subito dopo la fine dei miei studi a Pechino, approfittando della pausa natalizia, andai a visitare i nonni nel loro villaggio.

Wenzhou era affollata come non mai d’inverno, le sale erano gremite di autisti e parenti in accolita attesa dell’arrivo dei famigliari venuti dall’Europa e tutto intorno vi era un chiacchiericcio piuttosto sonoro e allegro nel dialetto del mio paese, Yuhu, Qingtian, Rui’an e dintorni. Abbracci e pacche sulla spalla tra chi non si vede da anni, sguardi quasi sperduti di chi non è più abituato a tornare, fumo di sigarette, semi di girasole, e ad attendere fuori dall’aeroporto i piacevoli sedici gradi costanti in pieno inverno.

Per arrivare al villaggio della nonna ci volevano circa due ore di strada da Wenzhou, una novantina di chilometri su su per strade di montagne dove solo di recente avevano messo i guardrail sui lati. Ma siccome erano più di dieci anni che non tornavo mi ero affidata del tutto all’autista. Ad un certo punto, l’autista mi chiese: “ E’ qui casa dei tuoi nonni, giusto? Dopo il ponte subito a sinistra”.

“Come? Non saprei …”, feci all’autista. E lui, sprezzante: “Non ti ricordi neanche della casa dei tuoi nonni?!”.

Appena uscito dal ponte, ferma l’auto e, seccato, scende per chiedere informazioni a una signora che aspettava proprio sul ciglio della strada. Anche lei scende e senza neppure accorgersene, la signora urla: “Fanfan!”. Era mia nonna ad aspettarmi davanti a casa, proprio nel punto in cui per caso ci eravamo fermati. Non era cambiata dall’ultima volta che l’avevo vista, anni fa.


Il nonno era sull’uscio di casa, seduto su uno sgabello, appena mi vide si alzò e un grande sorriso si delineò sul viso rugoso. Il nonno sì che era invecchiato, e come sembrava passato poco tempo dall’ultima volta in cui aveva salutato la nonna, così il peso degli anni e della distanza si percepiva forte dall’espressione del nonno.

La prima cosa che la nonna mi propose fu naturalmente un piatto caldo di gnocchi cinesi fatti in casa. Mentre la nonna tagliava le verdure, io mi guardai attorno ed ebbi la sensazione che tutto fosse rimasto così come lo avevo lasciato diciassette anni prima, quando all’età di quattro anni lasciai quella casa e i nonni, per andare in quella che sarebbe diventata la mia nuova casa, in un altro paese, addirittura in un altro continente, a migliaia e migliaia di chilometri dal mondo in cui ero cresciuta.


Una scena mi è rimasta impressa nella mente, una fotografia mentale.

I nonni stavano chini davanti ai pacchi preparati con cura per i cinque figli, mia mamma e i miei quattro zii, con tutto ciò che può ricordare la casa : i vermicelli di patate dolci fatte in casa, il pesce secco, le more cinesi, i piccoli gamberetti sempre secchi, le radici, le foglie di erbe mediche perfette per una tisana calda, amorevolmente raccolte dalla nonna lungo i campi; perfino qualche maglione comprato nel negozio del paese, ignari che forse in Italia ironicamente costerebbero di meno che in un paesino tra le montagne dello Zhejiang. Piano piano e con estrema cura il nonno scriveva in bella grafia i nomi di ogni figlio e figlia su un’etichetta di tessuto color crema sbiadito ai bordi, e io con lo scotch le attaccavo sui vari pacchi. Poi, meticolosamente le misuravamo con la bilancia di modo che tutti ricevessero lo stesso regalo di egual peso. Mi sembrava di essere il ponte di un qualcosa di speciale che non avevo mai colto prima d’ora: l’amore dei genitori verso i propri figli. Nonostante siano dall’altra parte del mondo e non chiamino, nonostante non si riconoscano più, invecchiati o cresciuti, ingrassati o dimagriti, malati, cambiati ma sempre più simili a loro, questo genere di amore permane, anzi, si rafforza con le distanze. E le assenze…

La nonna aveva sempre quel suo taglio medio lungo che le arrivava alle spalle e un leggero accenno di frangetta, non era cambiata per niente, se non per qualche capello bianco. La sua voce era limpida, non roca come può essere per alcuni anziani, lei del resto era una nonna giovane, nonostante ripetesse forse per finta modestia che lei e il nonno erano vecchi e inutili. Mia nonna era motivo di vanto per me quando alle elementari dovevamo descrivere la propria famiglia e l’età della nonna, eterna quarantenne, destava i maggiori ohhh dei compagni.

Sapeva saltellare agilmente da un argine all’altro delle risaie senza mostrare la minima titubanza, mentre io a fatica riuscivo a mantenermi in equilibrio, e appena scorgeva delle interessanti piantine fresche ne coglieva qualche foglia e con cura le riponeva nel cestino per poi essiccarle al sole.

La casa dei nonni era poco più avanti del ponte e la sua presenza si ergeva rispetto alle altre casette, essendo l’unica il cui esterno fosse fatto di piastrelle bianche. Era una casa su quattro piani, una cosa che noi bambine non eravamo assolutamente abituate. Abituate agli spazi angusti dell’appartamento in Italia, in cui a fatica riuscivi a trovare un piccolo angolo tuo, ecco che scoprii ora una casa enorme da esplorare. E il verde… le case del villaggio erano immerse nel verde smeraldo dei bambù che si stagliavano fieri contro le montagne.

I nonni avevano anche una piccola fattoria, con una ventina di galline che becchettavano all’aperto, dei conigli bianchi dagli occhi rosa rinchiusi nelle gabbie, e due enormi maiali che riempivano tutta una stanza. Non avevo mai visto così tanti animali dal vivo, solo in tv o sui libri, ed era un’emozione unica poter toccare i paffuti coniglietti e tenerli in braccio per un istante, prima che venissero ghermiti dalla nonna per essere poi cucinati per la zuppa di coniglio della sera.

L’unica cosa non piacevole era che i nonni non avevano il bagno in casa. Avevano una sorta di latrina esterna che condividevano con i vicini, a forma di mega vasca, tutta di legno, antichissima, in cui si facevano i propri bisogni, che poi venivano utilizzati come concime. Stavi lì seduta sul bordo della mega vasca di legno, assolta nei tuoi pensieri e poteva sopraggiungere chiunque, anche un topo. Che disagio per me cittadina.


L’ultimo piano, una sorta di soffitta, era pieno di verdure essiccate al sole dalla nonna che lei poi conservava accuratamente negli enormi contenitori di terracotta. Virginia Woolf scriveva che ogni donna dovrebbe avere "una stanza tutta per sè", nel caso delle donne della mia famiglia si dovrebbe avere "un angolo al sole tutto per sè", per rilassarsi, per scaldarsi e per essiccare le verdure in pace.

Oltre a queste, la soffitta era piena di vecchie cianfrusaglie di cui non si aveva il cuore di disfarsene, ma anche di svariate valige lasciate dai figli nei loro ritorni a casa e sostituite magari da altre nuove acquistate al mercato del paese. Una montagna di valige nella soffitta di gente che torna e riparte.


Il villaggio è abitato solo da anziani e da bambini, gli adulti si sono trasferiti tutti all’estero (chi in Italia, chi in Germania, Spagna, Francia o Paesi bassi) per cercare fortuna, ritornando una volta l’anno per il Capodanno cinese o una volta ogni vent’anni. È una sorta di richiamo atavico quello che i miei compaesani sentono appena raggiunta l’età adulta, quello di andare via, lontano, dall’altra parte del mondo, per lavorare, far soldi, e tornare solo una volta che ci si è realizzati. Si compra la casa, si mostra a tutti che da poveri contadini ora si è diventati ricchi proprietari di ristoranti o di fabbriche o ingrossi. Non importa se è una vita carica di stenti e di sacrifici, vittime di discriminazione e soprusi, senza mai giorni di vacanza o svago.

Tutto ruota intorno ai soldi, la stima, la posizione, le amicizie, e questa è la maledizione della mia gente.


Ma la vita del villaggio va avanti, anche senza i giovani e gli adulti. Le risaie continuano a essere faticosamente irrigate e i campi di cavolo coltivati, le galline a ricevere il loro pastone quotidiano, le tombe vengono ripulite dalle foglie secche. Lungo la strada vecchie signore mettono a seccare le rape bianche creando delle forme circolari piene di luce. Il mercato del paese è carico di odori, suoni, e voci in dialetto di Yuhu che cercano di richiamare la clientela.

E passeggiando fianco a fianco con la nonna tra le bancarelle del mercato, tra il tofu appena fatto della vicina di casa, le oche schiamazzanti, i pesciolini secchi, i baozi appena sfornati, con lei presa a contrattare animatamente con il venditore di frutta secca, io, accanto a lei, con le borse della spesa, mi sembrava per quel poco tratto di tempo di essere tornata indietro. Di non essermene mai andata via da questa terra, non più una sempiterna straniera ma parte di questo mondo.





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